La città dei ricchi e la città dei poveri

BERNARDO SECCHI
Roma-Bari: Laterza, 2013, 90 págs.
Idioma: italiano

Massimo Fortis
Politecnico di Milano
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Bernardo Secchi, insigne urbanista di fama internazionale e professore emerito di Urbanistica – disciplina da lui insegnata presso diverse scuole in Italia e all’estero – è scomparso dopo una breve malattia il 15 settembre scorso. Nato a Milano nel 1934, Secchi ha saputo coniugare con grande equilibrio l’impegno accademico, un’intensa attività progettuale, che l’ha portato a essere tra gli architetti invitati a redigere proposte per la Grande Parigi, Bruxelles e la Grande Mosca, e infine una cospicua e continua produzione di scritti, fra cui spiccano gli articoli pubblicati sulle riviste più importanti del settore – si ricordano qui i contributi usciti su Urbanistica, di cui è stato direttore e su Casabella sotto la direzione di Vittorio Gregotti – e alcuni libri di grande diffusione, fra cui Prima lezione di urbanistica e La città del ventesimo secolo.

Il suo ultimo lavoro d’impegno, La città dei ricchi e la città dei poveri, un libro agile di circa 90 pagine uscito nel 2013, quasi un pamphlet, assume il valore di un estremo lascito intellettuale con il quale Bernardo Secchi circoscrive l’avverarsi di una «nuova questione urbana» tale da imporre all’azione urbanistica un mutamento sostanziale degli scenari e delle strategie operative. Il regime di crisi è innescato dall’emergere di profonde ingiustizie sociali che si riflettono in una topografia spaziale sempre più contrastata. Se è vero che anche nel passato la città è stata teatro della disuguaglianza degli individui e delle classi, è anche vero che è essa è stata da sempre un luogo di convivenza e di integrazione sociale e culturale dove ricchi e poveri si sono da sempre incontrati. Nei territori urbanizzati dell’oggi, anche senza ricorrere al contrasto appariscente espresso nel paesaggio antitetico generato da slums/favelas da una parte e da gated communties dall’altra, si assiste a un processo generale che inverte il percorso storico della redistribuzione per cui «le regioni urbane [...] appaiono oggi come il luogo ove le differenze tra ricchi e poveri diventano drammaticamente più visibili». Che il fenomeno abbia radici nelle dinamiche di natura economica è sin troppo ovvio: ciò che Secchi intende mettere in luce è che tale separazione è alimentata anche dalla struttura spaziale delle città contemporanee, delle metropoli in particolare, e che la pianificazione urbanistica ha avuto precise responsabilità nell’aggravarsi delle condizioni di ingiustizia e di esclusione. Di qui l’avvio di una riflessione critica orientata non solo a interpretare le matrici di una mutazione che ha interrotto il processo secolare di integrazione, ma altresì rivolta a formulare delle linee di azione per il progetto urbanistico.

Attraverso una raffinata argomentazione, che si avvale dei contributi offerti dagli osservatori più attenti del disagio sociale e delle alterazioni in atto, il libro analizza le «strategie di esclusione» adottando un doppio sguardo nel mettere a confronto le politiche insediative che sottostanno alla delimitazione delle aree riservate ai ricchi in relazione al parallelo accrescimento delle aree, ben più estese, ove si concentrano i poveri, verso le quali viene sospinta la parte maggioritaria dei ceti medi non assorbita dagli strati più potenti. Un paesaggio mobile segnato da una progressiva distinzione di perimetri abi-

tativi secondo un disegno dettato da logiche di segno opposto, eppur concorrenti: da un lato il trasferimento dell’housin g privilegiato in aree protette più esterne o nella città diffusa, abbandonando parti del centro alle popolazioni di recente immigrazione, si veda il caso di Anversa, dall’altro la demarcazione dei recinti interni che danno luogo al «puzzle urbano», entrambi espressioni di una medesima politica di separazione sociale, che diviene separazione spaziale. Un macro fenomeno che si manifesta sia alla scala territoriale, in cui si attua il doppio modello della dispersione e della concentrazione entro specifiche zone urbane, sia alla scala urbana attraverso il depauperamento di specifici quartieri della città. Pur nella diversità delle formule insediative che connotano le aree urbane e suburbane nelle varie regioni del mondo, per cui alla virulenza delle gated communities, dei condominios fechados o delle altre varianti fortemente rappresentate nelle Americhe e in alcuni stati dell’Asia la tradizione della città europea contrappone un panorama a macule più variegato e complesso, la matrice di fondo, secondo Secchi, è dello stesso segno, nel solco di una linea di tendenza che acuisce le disuguaglianze.

Lo scenario di crisi tracciato dal libro espone le ragioni di un malessere urbano che si è intensificato negli ultimi decenni: la città, da luogo dell’integrazione e dello scambio, si sta trasformando, per dirla con le parole di Francesco Erbani, in una «potente macchina di sospensione dei diritti dei singoli e dei loro insiemi» entro cui agiscono le ideologie del mercato e le retoriche della sicurezza. Tuttavia, sostiene Secchi, le disuguaglianze sociali non sono forse il portato, bensì una causa non secondaria della crisi. Non solo: in una delle tesi esposte nel secondo capitolo del libro si dice anche che «lo spazio, grande prodotto sociale costruito e modellato nel tempo, non è infinitamente malleabile, non è infinitamente disponibile ai cambiamenti dell’economia, delle istituzioni e della politica. Non solo perché vi frappone la resistenza della propria inerzia, ma anche perché in qualche misura costruisce la traiettoria lungo la quale questi stessi cambiamenti possono avvenire». Di qui la prospettiva, o la speranza, di riaprire i termini del discorso urbanistico e di cogliere le opportunità che si offrono al progetto entro una visione lungimirante in grado di cogliere la domanda del plus grand nombre. Il lettore non si aspetti indicazioni o ricette sul piano operativo: gli scarsi accenni contenuti nei capitoli finali fanno riferimento a esperimenti in corso tesi a raggiungere una maggiore porosità, permeabilità e accessibilità, agendo in particolare sul disegno degli spazi pubblici e dei parchi. Più che altro sintomi, ancora incerti o fragili, di una sfida di ben altre proporzioni che, come è avvenuto in passato, potrebbe riscattare la crisi comprendendone le potenzialità. D’altronde non era certo fra gli obbiettivi del libro quello di fornire delle indicazioni per l’uso, quanto di tracciare una visione ampia dei fenomeni per favorirne la comprensione. Possiamo solo immaginare che, se Bernardo Secchi avesse potuto proseguire nel suo lavoro di ricerca, avrebbe sicuramente esplorato le possibili ricadute progettuali che la città delle disuguaglianze impone di portare avanti.

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